Neuroni Specchio

nell’area premotoria bisogna parlare di neuroni “sensori-motori”, nel senso che i neuroni che sono descritti nell’area F5, l’area che occupa la porzione rostrale della premotoria ventrale, sono dei neuroni che presentano oltre a delle caratteristiche motorie anche delle caratteristiche sensoriali, più in particolare rispondono a stimoli visivi. Seguendo il tipo di stimolo visivo che trigghera questi neuroni è possibile distinguere i neuroni canonici che sono quelli che rispondono alla presentazione di un oggetto che presenti delle caratteristiche pragmatiche coerenti con il programma motorio codificato motoricamente dal neurone.

Ci sono poi dei neuroni che rispondono all’osservazione di una azione e dal punto di vista della osservazione delle azioni, questi neuroni possono essere distinti in neuroni strettamente congruenti e congruenti in modo non simmetrico: gli strettamente congruenti rispondono ad una presentazione della stessa azione che codifica il neurone, mentre i neuroni congruenti in modo non simmetrico sono quelli che normalmente rispondono ad azioni che sono concatenate logicamente all’azione codificata motoricamente dal neurone.

I neuroni dell’area F5 codificano per un “vocabolario di azioni” perché questi neuroni codificano per delle azioni complesse messe in gioco al fine di arrivare ad uno scopo. Questi neuroni vengono definiti neuroni specchio poiché riflettono come uno specchio l’azione che viene osservata, quindi rispondono a stimoli visivi, più in particolare rispondono all’osservazione dell’interazione di un effettore biologico con un oggetto, caratteristica fondamentale perché i neuroni si attivino, almeno per l’animale, è che l’oggetto debba interagire direttamente con l’oggetto.

Uno dei primi problemi che ci si è posti quando una ventina di anni fa il gruppo del professor Rizzolatti ha scoperto i neuroni specchio è stato quello di capire quale potesse essere lo scopo di questi neuroni di tipo sensorimotorio. Una delle prime proposte è arrivata da un autore francese, Jeanerrod, il quale ha detto che molto probabilmente questi neuroni servono a prendere dal punto di vista motorico e più precisamente ad imitare un comportamento e quindi apprendere nuove procedure motorie.

In tutto questo c’è un problema poiché la maggior parte degli etologi sostiene che anche le scimmie più filogeneticamente vicine all’uomo non sono in grado di imitare perché l’imitazione è per definizione un processo “one to one” ossia una acquisizione di azione da un modello che la esegue. In questa interazione ci devono essere due soggetti: uno svolge il ruolo di modello e l’atro svolge il ruolo dell’imitatore.

Tutto ciò nell’animale non sembra possa verificarsi: non sembra esserci un rapporto diadico in cui una scimmia fa da modello per un’altra che impara. L’idea che i neuroni specchio possano essere il substrato neurale dell’imitazione o dell’apprendimento motorio per l’imitazione almeno nell’animale regge poco.

Un esperimento pubblicato nel 2002 mostra che la ragione per cui ci sono i neuroni specchio nella corteccia premotoria è che questi neuroni servono a codificare lo scopo dell’azione. La situazione sperimentale era duplice: si presentava alla scimmia una intera sequenza motoria, la prensione di un cubo da parte dello sperimentatore, in una duplice condizione sperimentale, ossia una condizione di visione in cui l’azione poteva essere osservata nella sua interezza e una situazione in cui l’azione era parzialmente nascosta da uno schermo. Si faceva in modo che la scimmia sapesse, anche nella condizione in cui l’ultima parte dell’azione era nascosta, che dietro lo schermo ci fosse l’oggetto.

Quello che si vede è che sia nel primo caso, ossia nella visione per intero dell’azione, sia nella condizione sperimentale, in cui l’ultima parte dell’azione veniva celata, c’era una scarica.
E le due scariche erano sostanzialmente sovrapponibili, ciò vuol dire che l’animale nel momento in cui sa cosa succederà dietro lo schermo poiché gli è stato mostrato che dietro lo schermo c’è un oggetto, riconosce comunque quella azione e i suoi neuroni specchio codificano comunque per quella azione. E’ allora presumibile che questi neuroni servano in qualche modo a codificare lo scopo dell’azione: è come se in qualche modo l’animale sapesse che lo sperimentatore andrà a prendere l’oggetto dietro lo schermo, anche quando questa azione è parzialmente preclusa alla visione dell’animale. Naturalmente questi, essendo neuroni specchio, nel momento in cui l’azione venisse mimata e quindi in una condizione di assenza dell’oggetto non sparerebbero. La stessa condizione presentata con parziale occlusione della visione fornisce un quadro in cui non c’è attività da parte della cellula.

Questo è un esperimento che ci rende conto del fatto che la ragione della presenza dei neuroni specchio nell’area F5 è quella di codifica del “goal”, ossia lo scopo per cui si fa una certa azione. Un altro esperimento molto importante che ha dimostrato che nelle aree pre-motorie ed in particolare nell’area F5 c’è una codifica di azioni e quindi una rappresentazione motoria di livello alto definibile a tutti gli effetti cognitiva.
Si è capito che questi neuroni sono in grado di sparare in seguito ad uno stimolo di tipo acustico che sia relato con l’azione codificata dal neurone specchio. In scimmie allenate, a cui era stato insegnato a compiere azioni specifiche, tipo strappare un pezzo di carta o spezzare una bacchetta, insomma azioni che avessero una associazione con un rumore tipico è stato visto che la presentazione di queste azioni attraverso il rumore tipico che si associa all’azione è in grado di attivare una quota (15-20% circa) di neuroni specchio che codificano per quella azione.

Questi neuroni codificano quindi l’azione in un modo più alto rispetto all’idea di mera esecuzione della concezione classica.
Si è passati dalla concezione in cui l’azione è l’esecuzione di un determinato compito motorio a una visione in cui l’azione è in qualche modo il concetto astratto di azione. L’azione è quello che l’animale compie ma allo stesso tempo quello che l’animale vede fare, è l’oggetto dell’azione, è quello che l’animale sente: l’azione è il “concetto” dell’ azione. Lo stesso Jeanerrod, che ha proposto che questi neuroni potessero avere un ruolo nell’apprendimento per imitazione, ha detto anche che questa visione dell’azione più propriamente corrisponde ai cosiddetti “stati S” , cioè a tutte quelle situazioni in cui io posso richiamare l’azione anche in assenza dell’azione stessa. Io posso immaginare me stesso che faccio una determinata azione senza dirla: in questo caso io metto in gioco dei programmi motori che però non eseguo.

Questa è una proprietà legata al fatto che io ho una rappresentazione motoria che non è relata all’esecuzione dell’azione ma è un’ idea più astratta dell’azione stessa. Jeanerrod riferisce a questi stati, come l’immaginazione motoria, anche fenomeni come il sogno. Quindi in queste aree non c’è una rappresentazione dell’azione motoria, ma bensì la rappresentazione del “concetto” di azione, il quale può essere richiamato, senza per forza esplicarsi in una esecuzione motoria, in quegli stati come l’ascolto, la visione, il sogno o l’immaginazione dell’azione. Nell’area F5 oltre ai neuroni che sono legati alla rappresentazione motoria delle azioni fatte con la mano ci sono anche neuroni legati ad azioni fatte con la bocca, cioè la pensione tramite bocca.

Negli ultimi anni sono stati visti neuroni specchio legati all’attività della bocca, e questi neuroni hanno le stesse caratteristiche dei neuroni specchio. Oggi non ci sono nell’uomo registrazioni di singoli neuroni con proprietà simili a quelle dei neuroni specchio dell’animale. Quindi non c’è una prova diretta dell’esistenza dei neuroni specchio nell’uomo, se per prova diretta si intende una registrazione a livello del singolo neurone.
Ci sono dei dati sporadici di qualche neurochirurgia, ma non ci sono dati ufficiali. Ci sono però molte prove indirette: utilizzando diverse tecniche strumentali è stato visto che l’osservazione delle azioni è in grado di modulare l’attività del sistema motorio e quindi delle aree motorie primarie, supplementare e premotoria, nel corso della osservazione delle azioni. Questo sta ad indicare il fatto che se io, durante l’osservazione di un atto motorio, ho una specifica modulazione delle aree motorie c’è la prova indiretta che questa osservazione induce la stesa attivazione che è determinata dalla esecuzioni delle azioni stesse.

E’ una prova indiretta, ma pur sempre valida che l’osservazione equivale a “eseguire” l’azione stessa. Un primo studio è stato fatto con la stimolazione magnetica trans-cranica, che è una tecnica che consente di stimolare l’attività corticale, quindi l’area motoria, utilizzando un campo magnetico che induce un campo elettrico e che quindi stimola l’attività corticale. Il soggetto è sottoposto ad un campo magnetico che stimola la corteccia motoria inducendo una risposta motoria chiamata “potenziale motorio evocato” e che può essere registrata in periferia con degli elettrodi di superficie. In questo modo si stimola l’area motoria primaria, ossia quella che induce dei movimenti, attraverso un campo magnetico, questo fa ottenere delle risposte motorie dell’emisoma controlaterale. Questo studio ha fatto vedere che durante l’osservazione delle azioni si ha una modulazione sovrapponibile a quella osservabile durante il compimento da parte del soggetto di tale azione.

La situazione sperimentale prevedeva quattro condizioni in cui veniva preso in esame: un “drafting”, ossia un movimento distale dell’arto superiore, l’osservazione dell’oggetto, l’osservazione di un movimento prossimale dell’arto superiore ed in fine l’osservazione di un cambio di colore di un cerchio posto sullo schermo del computer. Al soggetto si chiedeva di osservare queste situazioni sperimentali: lo sperimentatore eseguiva una prensione, lo sperimentatore eseguiva un movimento prossimale oppure c’era la rappresentazione di un oggetto su un supporto oppure c’era un cerchio su uno schermo che cambiava di colore.
Nel corso di questi processi osservati il soggetto veniva stimolato, quindi si precisava l’area della mano sul cranio del soggetto.

L’ipotesi sperimentale era che se l’osservazione delle azioni è in  grado di reclutare il sistema motorio allo stesso modo di come fa l’esecuzione, allora nell’osservazione di azioni distali della mano si dovrebbe trovare una ampiezza di potenziale motorio evocato che è maggiore rispetto alle altre condizioni.
In questo esperimento ciò che interessa è l’osservazione del gesto motorio, l’osservazione delle altre azioni sono situazioni di controllo. In questo caso l’attività periferica, quindi del potenziale motorio evocato, venivano registrati da due muscoli della mano che sono l’opponente del pollice ed il primo interosseo.

Nel corso dell’osservazione dell’azione l’attività di questi muscoli è più ampia rispetto alle altre condizioni sperimentali. Poiché non si conoscono connessioni dirette tra le vie visive e l’area motoria primaria l’effetto che si induce sull’area motoria primaria è chiaramente legato alle connessioni che vanno dalle aree visive all’area premotoria attraverso il parietale e dalle aree premotorie alla motoria primaria. Quindi di fatto si ricostruisce il circuito sensorimotorio che connette aree specifiche del lobo parietale con altrettante aree dell’area premotoria e queste sono connesse con la motoria primaria che in qualche modo funge da imbuto per l’esplicazione dell’azione.
Il fatto che si trovi una modulazione specifica dell’area motoria primaria nel corso della osservazione delle azioni significa che di fatto esiste nel sistema motorio dell’uomo qualcosa  molto simile a quello che accade nell’animale.

In un altro esperimento successivo si è cercato di capire se nel corso dell’osservazione delle azioni nell’uomo non ci sia un coinvolgimento di diverse parti delle aree motorie in relazione all’effettore coinvolto, cioè si sapeva che esistono dei neuroni specchio relati alle azioni di mano ma noi uomini siamo in grado di codificare lo scopo di una azione non solo quando l’azione è eseguita con la mano ma anche quando questa è eseguita col piede o con la bocca.
Quindi è evidente che se il ruolo dei neuroni specchio è quello di cogliere il goal di una azione, cioè il fine di un’azione, nell’uomo questo siste deve essere più complesso poiché in grado di riconoscere anche le azioni fatte con il piede o con la bocca ma. Questo è uno studio fatto con risonanza magnetica funzionale  e in seguito alla presentazione ai soggetti delle diverse azioni compiute con diversi effettori biologici: nel corso della osservazione si riscontra una attivazione di diversi settori delle aree premotorie e parietali che sono specifiche per il tipo di effettore che è coinvolto nell’azione osservata. Ciò significa che questi effettori sono diversi a seconda che si osservi una azione fatta con il piede, una azione fatta con la mano oppure una azione fatta con la bocca.

Quando si osservavano azioni fatte con la bocca si riscontrava  una attivazione bilaterale delle aree premotorie, o meglio della premotoria ventrale che in questo caso include anche una porzione della regione di Broca, la pars opercularis del giro frontale inferiore, le aree 44 e 45 di Brodmann. Le azioni presentate potevano essere o azioni relate ad un oggetto, ossia veniva presentata una visione in cui un effettore biologico interagiva con un oggetto, oppure venivano presentate come azioni mimate, ossia in assenza dell’oggetto.
Nel caso di azioni compiute con la bocca c’è una differenza fondamentale tra l’osservazione di azione relate ad un oggetto e azioni in cui l’oggetto era assente e l’azione era solo mimata. Quando l’azione era mimata non c’era attività nel lobo parietale.

Nel lobo parietale ci sono neuroni che rispondono in modo specifico alla presentazione delle caratteristiche pragmatiche dell’oggetto, è quindi probabile che in questo caso ci sia una attivazione sottosoglia del lobo parietale perché di fatto in assenza dell’oggetto questa parte del lobo parietale è meno reclutata rispetto alla situazione in cui l’oggetto è fisicamente presente.
Nel caso di azioni compiute con la mano c’è una attivazione un po’ più dorsale rispetto all’attivazione precedente a livello delle aree premotorie ed una attivazione a livello del lobo parietale un po’ più posteriore rispetto a quella che si osserva nel corso dell’osservazione delle azioni, con la differenza che si rimarca tra quando l’azione è relata ad un oggetto e quando l’azione è invece solo mimata.

Nel caso in cui è mimata non c’è attivazione del lobo parietale.
Quando si osservano azioni fatte con i piedi, c’è una attivazione, di una parte ancora più dorsale a livello della premotoria e della componente posteriore a livello del lobo parietale. Se si mettono insieme tutte queste attivazioni ne viene fuori che nelle are premotorie nel corso dell’osservazione delle azioni si ha una  attivazioni de specifici settori di queste aree del lobo frontale che sono relative all’effettore biologico che è messo in gioco nell’azione osservata. Nel complesso queste aree ricordano molto da vicino l’homunculus perciò si può desumere che nel corso dell’azione si ha specificamente nelle aree premotorie  una organizzazione somatotopica che ricorda molto da vicino l’organizzazione somatotopica dell’homunculus motoria dell’area motoria primaria.

Ciò vuol dire che nel corso dell’osservazione si ha un reclutamento delle aree motorie che è sovrapponibile a quello che si ha nel corso della esecuzione di quelle stesse azioni con una somatotopia, anche se un po’ più rozza anche a livello del lobulo parietale inferiore, quello in cui sono state descritte  le aree che si connettono in modo specifico alle aree premotorie. Il lobulo parietale inferiore nell’uomo sembra avere, anche se è difficile fare l’omologia area per area, una organizzazione che ricorda molto da vicino quella della scimmia, tra l’altro c’è una specifica area in comune, quella per gli occhio. Nel corso dell’esperimento c’è un’area comune a tutti gli effettori che venivano osservati e potrebbe coincidere con questa are degli occhi.
Una cosa importante è che questo sistema di risonanza motoria, cioè questo mettere in gioco strutture con funzioni motorie nel corso dell’osservazione delle azioni consente di riconoscere lo scopo di una azione poiché di fatto ciò che si fa è attivare qualcosa che noi conosciamo sperimentalmente.

Perciò posso riconoscere l’azione sulla base del fatto che attivo quelli che sono i substrati neurali che esperienzialmente mi fanno conoscere l’azione. Questo sistema ci consente di avere una consapevolezza delle azioni che vediamo fare di tipo esperienziale.
Siccome conosco l’out-come di una specifica azione so riconoscere l’azione quando viene eseguita da un’altra persona. Questo lascerebbe intuire in parte i risultati di tutta una serie di esperimenti che hanno dimostrato che in realtà l’attivazioni dei neuroni specchio è molto relata all’esperienza di chi osserva. In un esperimento tenuto a Parma si è confrontato l’osservazione fatte da un uomo con le osservazioni fatte da una scimmia e con le osservazioni fatte da un cane. Si è utilizzato due tipi di azioni fatte con la bocca: azioni di tipo ingestivo (masticare) e azioni di tipo comunicativo. Si è usata l’articolazione di un suono in modo silente per l’uomo, una protrusione delle labbra con significato di assoggettamento all’altro per la scimmia e l’abbaiare del cane, anche se gli etologi dicono che non ha nulla a che fare con le funzioni comunicative.

L’ipotesi sperimentale consisteva nel fatto che se c’è bisogno di un’esperienza dell’azione stessa allora era presumibile che si avesse concezione della masticazione anche se eseguita da una scimmia o da un cane, ma non che si avesse esperienza del verso dell’abbaiare, benché questo possa essere imitato. L’ipotesi sperimentale era quella che se il sistema risuona in relazione all’esperienza motoria e quindi se io sono in grado di risuonare in relazione al mio repertorio motorio è facile aspettarsi che lo si faccia per il masticare ma non per l’abbaiare.

Nelle azioni di bocca di tipo ripetitivo si è visto che quale che sia la specie  che esegue l’azione il pattern di attivazione del cervello dell’osservatore è esattamente lo stesso: c’è una chiara attivazione della componente premotoria e del parietale, sovrapponibile per tutti gli individui delle specie considerate. Perciò che sia un uomo o una scimmia o un cane noi siamo in grado di risuonare alla visione dell’ azione “mangiare” poiché sappiamo mangiare e conosciamo il goal di questa azione. Diversa è la situazione per quanto riguarda l’osservazione di individui di specie diverse che eseguivano azioni di tipo comunicativo con la bocca.
Per l’uomo c’è una chiara attivazione delle aree premotorie ed in particolare della pars opercularis del giro frontale  anteriore, ossia l’area di Broca che entra nella produzione del linguaggio. Ciò accade perché l’osservazione di questo tipo fa pensare al soggetto di risuonare i movimenti delle labbra e si attivano quelle aree che si attivano nella comunicazione come se fosse il soggetto a comunicare. Per la scimmia succede qualcosa di simile anche se molti soggetti hanno interpretato l’atto di protrudere le labbra come il passaggio consecutivo all’azione di ingerire, perciò non tutti hanno interpretato il gesto con funzioni comunicative.

Comunque c’è una attivazione delle pars opercularis bilateralmente. Nel caso del cane invece non c’è nessuna attivazione nelle aree premotorie ed è quindi ovvio che l’ipotesi sperimentale è confermata dal fatto che se io non so abbaiare, non risuono alla vista di un soggetto che abbaia. Per inciso, in questa condizione sperimentale si attiva particolarmente un’area del lobo temporale che è stata studiata da uno psicologo scozzese, Ferret, il quale ha trovato in questa area neuroni che rispondono all’osservazione delle azioni di vario tipo compiute con diversi effettori biologici, questi neuroni sono neuroni  molto simili ai neuroni specchio con la differenza che in questa regione, chiamata Superior Temporal Surcus Vision, non c’è una componente motoria dimostrata.
In questo caso sembrerebbe che l’abbaiare dell’animale attivi un’area specifica di riconoscimento dei movimenti biologici ma manchi la componente esperienziale che fa si che io riconosca come parte del mio repertorio motorio le cose che vedo.

In linea con questi dati ci sono dei dati provenienti dal gruppo di Passingham, il quale ha dimostrato che se dei ballerini di danza classica osservano dei danzatori di danza classica c’è un reclutamento delle aree motorie che è maggiore rispetto alla situazione in cui questi ballerini osservano dei danzatori di un’altra specialità.
In generale la risonanza del sistema è legata alla esperienza e quindi al repertorio motorio di chi osserva. Infine In un altro esperimento ci si è chiesti se quando il soggetto risuona in relazione ad una specifica azione codifica in modo automatico anche l’intenzione che muove l’agente.
Io posso prendere questa penna perché intendo scrivere sulla lavagna o prenderla per scagliarla contro qualcuno che mi dà fastidio. Quale che sia la situazione chi osserva riconosce l’intenzione motoria che spinge il soggetto compiere l’azione.

Di fatto nel momento in cui risuoniamo in relazione alle azioni, ciò che facciamo è anche codificare in qualche modo l’intenzione che sottende quella azione. Cioè quella che in termini filosofici è stata chiamata come intenzione primaria dell’agente. Lo scopo dell’esperimento è capire se questo reclutamento non comporti in modo implicito acquisizioni sulle intenzioni dell’agente. Cioè se risuonando con gli altri noi non ci facciamo anche una idea specifica di intenzione dell’agente. In un esperimento con la risonanza magnetica funzionale si è considerato due gruppi di soggetti: uno che doveva indicare  lo scopo di una azione e uno che  doveva implicitamente comprenderlo senza tuttavia indicarlo.
L’ipotesi sperimentale era che se nel momento in cui risuoniamo con gli altri e quindi attiviamo le aree motorie che metteremmo in gioco se fossimo noi a fare quelle specifiche azioni codifichiamo anche l’intenzione dell’agente allora non dovremmo trovare differenze tra il gruppo esplicito ed il gruppo implicito perché l’intenzione è implicitamente compresa anche quando non ci è richiesto in senso cognitivo.

Le situazioni sperimentali erano tre: un contesto in cui venivano presentati semplicemente degli oggetti che indicavano in modo chiaro la situazione di una colazione tipo e il post-colazione, la situazione di azione estrapolata dal contesto espressa come le prensione di una tazza fatta dal manico e fatta dal bordo; in fine le due condizioni combinate.
In un caso la richiesta al soggetto era del primo gruppo: “dimmi se il soggetto sta prendendo la tazza per bere o se è portarla via quando è vuota”. Se ci fossero state aree specifiche relate all’intenzione si sarebbero dovute trovare attivazioni differenziali nel gruppo esplicito rispetto al gruppo implicito, ossia si sarebbero dovute trovare attivazioni del cervello che sono quelle che rispondono al compito di esplicitare l’intenzione dell’agente.

Ciò che si è visto è stato invece che tra i due gruppi non c’era assolutamente differenza, ossia il gruppo esplicito attivava le stesse aree del gruppo implicito, il che vuol dire che i due gruppi dal punto di vista del compito svolgevano comunque la codifica dell’intenzione. Le aree che sia attivano sono quelle delle aree pre-motorie e parietali che fanno parte di quello che oggi viene definito sistema dei neuroni specchio. Ciò vuol dire che nel momento in cui io risuono rispetto all’osservazione di una azione lo faccio perché ho esperinzialmente conoscenza di quella azione e faccio anche qualcosa di più: codifico quella azione sul piano del significato ma codifico anche l’intenzione che sta muovendo l’agente nel momento in cui esegue quella specifica azione.

Lo faccio sulla base della modalità di esecuzione dell’azione stessa, sulla base dello specifico contesto in cui l’azione viene osservata ma lo faccio perché di fatto faccio risuonare nel mio cervello le stesse strutture neurali che metto in gioco quando sono io a dover fare quella specifica azione in quel contesto per quello scopo. Questo mette in discussione l’idea che ci siano specifiche aree del cervello (teoria della mente) che ci consentono di attribuire credenze, intenzioni, specifiche attitudini all’altro. Secondo gli autori della teoria della mente ci sarebbero nel cervello specifiche aree che ci consentono di inferire delle credenze delle supposizioni, delle idee e degli atteggiamenti nell’altro.
In realtà l’idea che viene fuori da questo e da altri esperimenti è che la nostra capacità di inferire sugli atteggiamenti degli altri nasce dalla possibilità che abbiamo di simulare dentro di noi (di “esperire”) quel determinato contesto. In altri termini riesco a mettermi nei panni degli altri.

L’esempio tipico che si fa quando si parla di teoria della mente è quello dei due manager che vanno in aeroporto e perdono entrambi l’aereo ma uno ha scoperto che l’ha perso per dieci minuti e l’altro l’ha perso perchè è arrivato in ritardo di un’ora e si chiede chi è più incavolato. Il problema secondo i teorici della mente viene risolto facendo tutta una serie di ipotesi come se mi trovassi ad affrontare un problema di tipo fisico o biologico. Quelli ritengono che queste situazioni vengono risolti alla luce della simulazione rispondono dicendo che si comprende chi è più incavolato dei due perché mi metto nei panni di ognuno dei due sfruttando le mie esperienze passate.
La scoperta dei neuroni specchio ha fatto aprire nuovi scenari in cui si è iniziato ad avere verso il sistema motorio un approccio di tipo cognitivo, e questo ha influenzato la visione di problemi non considerati fino a poco tempo fa di interesse fisiologico. Ci sono almeno due campi che hanno avuto un grosso contributo dalla scoperta dei neuroni specchio: l’empatia ed il linguaggio.
L’empatia non fa parte dei normali programmi di fisiologia ma è interessante per rimarcare il fatto che il sistema motorio non è più considerabile come un semplice sistema esecutivo.

L’empatia è una grecizzazione che sta ad indicare un termine che compare nella letteratura anglosassone nel 1759 ed usato per la prima volta da Adam Smith, padre del liberismo economico, che prima di scrivere il “Trattato sulla ricchezza delle nazioni” scrisse la “Teoria dei sentimenti umorali”. Il termine “simpaty” venne inteso come la capacità di aggregazione da parte dell’uomo e come caratteristica fondamentale della natura umana. La nostra capacità di condividere con gli altri delle cose si estende  non soltanto alle interazioni sociali ma addirittura la si ritrova nell’ambito del linguaggio scritto. Il fatto che noi sentiamo familiari i personaggi narrati nei romanzi deriva dal fatto che noi siamo in grado di condividere ciò che loro vivono ed esperiscono al punto che noi riusciamo a considerare nemici i loro nemici e amici i loro amici. Di fatto ci sarebbe una naturale tendenza nell’uomo a condividere e partecipare. Smith ebbe la grossa intuizione di dare la base biologica  a questa capacità. Diversi autori hanno identificato a livello cerebrale aree che sono specifiche per conferire la capacità di provare simpatia o la capacità di “sentire con”, queste aree sono state definite aree del cervello sociale.

 

 

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